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Archivio Ebraico Terracini

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Patrimonio

Il Marchese Cav. Guglielmo De Levy - Il Marchese Cav. Guglielmo De Levy - Testamento

Indice
Il Marchese Cav. Guglielmo De Levy
Testamento
Due codicilli particolari
Il Marchese Cav. Guglielmo De Levy - Dopo la guerra

Testamento

Le disposizioni testamentarie del marchese risalgono al 4 luglio 1940. In archivio se ne conserva una copia dattiloscritta, dove si legge che l’atto era stato sottoscritto nell’ufficio dell’avvocato Ovazza, in piazza Carlina; gli esecutori testamentari erano lo stesso Ovazza, il rabbino capo Dario Disegni e Achille Rimini.

Il marchese, desideroso di lasciare tutto «a beneficio della nostra religione e nel nome di Israele», deliberò in questi termini: «Tutto quanto possiego in Italia e all’estero mobili e immobile [sic] titoli valori, oggetti, denaro etc. nulla esclusa nei [sic] eccettuato lascio ad un [sic] Istituzione da fondarsi in Torino, intestata a mio nome, da denominarsi ‘Fondazione Ebraica Marchese Cav. Gugl. de Levy’». L’istituzione doveva avere sede presso la Comunità Israelitica di Torino ed era «intesa a promuovere la migliore conoscenza d’Israele, sia fra gli Ebrei, sia anzitutto nel pubblico di altre fede [sic] religiose affinché sia combattuta l’ignoranza ed i continui pregiudizi contro gli Ebrei, in generale di fare opera e continua contro l’antisemitismo». Nel documento il testatore precisava inoltre che «Tale opera dovrà svolgersi mediante lezioni, premii, pubblicazioni, conferenze, ed ogni altro mezzo giudicato idoneo allo scopo, compreso se è possibile un bollettino mensile. A capo della fondazione vi dovrà essere il Rabbino-Capo pro tempore della Comunità Israelitica di Torino, coadiuvato dagli altri due esecutori testamentari vita natural durante. Altri successivi dirigenti della fondazione verranno scelti dal Rabbino-Capo pro tempore».

Il capitale non doveva essere toccato e per le attività della Fondazione dovevano essere utilizzati (quasi interamente) gli interessi.

Concludeva dichiarando «che nessuno dei miei famigliari potrà accampare diritti o pretese qualsiasi sulla mia eredità» e chiedendo agli esecutori di recitare annualmente il Qaddish nell’anniversario della morte.

Il 30 luglio dello stesso anno, mentre si trovava ad Arma di Taggia, il marchese volle aggiungere un supplemento nel quale dava nuove indicazioni sul compenso degli esecutori testamentari e raccomandava loro prudenza nella scelta dei successori.

E poi ancora, a fine agosto, a Torino scriveva un’aggiunta nella quale specificava il suo desiderio di essere inumato nel Cimitero israelitico di Torino secondo il rito religioso.

Soprattutto, si premurava, forse consigliato dagli esecutori, nell’eventualità che «le mie disposizioni testamentarie che dispongono la fondazione di una istituzione universale del Judaismo, incontrassero difficoltà o divieti da parte dell’Autorità Tutoria», disponendo che in subordine il patrimonio passasse alla Comunità ebraica di Torino e che «il reddito di questo patrimonio venga impiegato e soltanto in parte allo scopo di tutelare nella forma consentita dalle leggi il rispetto dovuto alla nostra religione e la conoscenza e la difesa della sua dottrina religiosa. Quello che avanza ogni anno del reddito deve venire investito in titoli dello Stato per incrementare il patrimonio».